Nella grande giostra della comunicazione contemporanea, dove tutto compete per non essere dimenticato o ignorato nel tempo di uno scroll, il problema non è più solo “ottenere attenzione”, ma capire cosa riesce a trattenerla. La soglia di attenzione media oggi si misura in secondi, spesso meno del tempo necessario per aprire una notifica o leggere un titolo per intero. Questo grande cambiamento ha inevitabilmente trasformato radicalmente le regole del gioco per chi fa comunicazione, public e media relations. 

Non stiamo solo parlando di velocità o sintesi, ma della necessità di sviluppare una nuova consapevolezza sulle nuove abitudini di fruizione del contenuto delle persone e quindi sull’importanza dell’ascolto dell’attenzione altrui.

Secondo un’indagine di AP News, nel 2004 le persone riuscivano a mantenere l’attenzione su uno schermo per circa 2 minuti e mezzo. Oggi questo tempo è sceso a 47 secondi. Un dato impressionante e un messaggio chiarissimo per chi si occupa di costruire relazioni: ogni secondo conta, ogni apertura deve essere pensata come un punto d’ingresso strategico nella vita del lettore o lettrice, ogni contenuto deve saper trattenere prima ancora di essere capito.

A rendere il tutto ancora più complesso, si aggiunge quello che è stato ribattezzato il “goldfish problem”: secondo Golden Steps ABA, l’attenzione media dell’essere umano è 8,25 secondi, meno di quella di un pesce rosso. Il nostro cervello è costantemente immerso in un flusso di stimoli, suoni, contenuti e messaggi visivi che richiedono una valutazione istantanea: mi fermo o passo oltre? Vale il mio tempo o posso ignorarlo? Tutto si gioca in frazioni di secondo.

Non è una rincorsa alla visibilità, ma alla conquista della rilevanza

Una persona in media riceve tra le 4.000 e le 10.000 esposizioni pubblicitarie al giorno (USC Annenberg), perciò il rischio non è più quello di essere criticati o fraintesi. Il vero rischio è non essere visti affatto. Ogni messaggio è immerso in un oceano di segnali diversi e concorrenti, e solo quelli capaci di suscitare una risposta immediata e personale riescono a catturare l’attenzione e iniziare a costruire una relazione con il/a lettore/lettrice.

Questo ci porta a un secondo cambio di prospettiva: la comunicazione non è più una questione di pura pubblicazione e quindi emissione di un messaggio, ma di sincronizzazione di tale messaggio con i bisogni dell’utente. L

o dimostra l’attenzione crescente al tema dei “micro-moments”, come li definisce Google: istanti brevissimi in cui una persona prende il telefono con un intento preciso, spesso legato a un bisogno da risolvere, una risposta da cercare, un’informazione da acquisire. Riuscire a intercettare quei momenti non significa solo essere tempestivi, ma essere nel posto giusto al momento in cui l’interlocutore è più aperto a recepire. In altre parole, il vero valore si gioca sull’intenzionalità, non sulla presenza.

Anche nelle PR, questa logica può diventare una guida utile. Non si tratta di presidiare ogni canale in modo continuo, ma di capire quando un contenuto, una dichiarazione, un approfondimento ha le maggiori probabilità di essere accolto, condiviso, amplificato.

Significa, ad esempio, leggere il contesto in cui un giornalista sta lavorando, capire cosa sta cercando il suo pubblico in quel momento e quindi proporre un contenuto quando l’interesse attorno a un certo tema è alto. Le PR possono trarre grande beneficio da questo approccio analitico e basato sull’ascolto: non si limitano a diffondere notizie, ma possono veicolare risposte che riflettono bisogni informativi reali, in momenti in cui l’attenzione può essere più ricettiva.

Capire i linguaggi delle piattaforme è parte del lavoro di ascolto

Ogni piattaforma modella la nostra attenzione in modo diverso. Su TikTok il tempo è estremamente compresso: servono “hook” rapidissimi e formati ciclici, dove ogni secondo è progettato per trattenere l’attenzione. LinkedIn privilegia invece insight e autorevolezza, mentre Instagram favorisce un racconto visivo che anticipa le parole. I dati di Hootsuite confermano che le persone si aspettano linguaggi diversi in ambienti diversi, ed è responsabilità di chi comunica riconoscerli, adattarsi, sperimentare formati coerenti con l’ecosistema di riferimento.

Anche per le PR, comprendere questi meccanismi non significa trasformarsi in content creator o marketer, ma interpretare meglio il contesto in cui si muovono le notizie, le tendenze e le conversazioni.

Se su LinkedIn cresce l’interesse per i dati, se su TikTok si diffondono nuovi modi di parlare di salute mentale o innovazione, se su Instagram dominano certi linguaggi visivi, tutto questo può aiutare chi lavora nelle media relations a proporre storie più rilevanti, agganciate a ciò che le persone stanno già cercando, leggendo, condividendo.

In questo senso, osservare i social non è fare marketing, ma ascoltare meglio la realtà, anticipando domande latenti, bisogni informativi e angolazioni capaci di costruire relazioni solide.

L’empatia come metrica invisibile

Nel report “State of Journalism 2024” di Muck Rack emerge un dato significativo: il 14 % dei giornalisti identifica come principale difficoltà la competizione per l’attenzione del pubblico.

Non si tratta tanto di scarsa qualità nei contenuti, quanto di un cambiamento più profondo: oggi anche i contenuti ben scritti, ben costruiti, rischiano di non trovare ascolto se non si inseriscono nel momento e nel contesto giusto.

Qui entra in gioco l’empatia: la capacità di mettersi nei panni del destinatario, prevedere i suoi tempi, i suoi bisogni informativi, le sue abitudini di lettura. Non è un’abilità soft da sviluppare, ma un vero e proprio parametro strategico da avere sempre a mente. Chi scrive, chi crea, chi promuove deve ragionare in termini di attenzione e fiducia come risorse scarse e interconnesse e quindi nessuna delle due può essere data per scontata.

Le domande da tenere aperte

Alla luce di tutto questo, più che trovare formule o “best practice”, serve coltivare domande giuste. Ecco alcune che, come professionisti della comunicazione, vale la pena continuare a porci: Stiamo parlando a qualcuno o con qualcuno? I nostri contenuti sono pensati per essere capiti o per essere condivisi? Se non ci fossero i numeri, come si misurerebbe il valore di una relazione?Esiste ancora uno spazio per la profondità quando l’evoluzione ci chiede di correre?


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