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Indice

  1. Il confine che si è eroso
  2. Dal portavoce unico alle voci distribuite
  3. Quando funziona: la coerenza come vantaggio reputazionale
  4. Come si traduce in pratica per chi fa PR

Per molto tempo, comunicazione interna e comunicazione esterna sono state trattate come due funzioni distinte, con strumenti, obiettivi e responsabili diversi.

La prima si occupava di informare e coinvolgere le persone dentro un’organizzazione, la seconda si occupava di costruire la reputazione di quell’organizzazione verso il pubblico, i media, gli stakeholder.

Questa distinzione regge sempre meno perché le persone che lavorano in un’azienda sono oggi, a tutti gli effetti, una voce pubblica di quell’azienda e questo cambia il modo in cui chi fa PR deve pensare al proprio lavoro.

1. Il confine che si è eroso

Secondo Aspect, tra i temi che definiranno la comunicazione di leadership nel 2026 c’è proprio questo spostamento: i pubblici interni si muovono al centro della scena, perché i dipendenti non sono più soltanto un destinatario di messaggi, ma un’estensione visibile della reputazione di un’organizzazione.

Il motivo è semplice da osservare e complesso da gestire. Le persone che lavorano in un’azienda hanno profili LinkedIn, scrivono recensioni, pubblicano contenuti, partecipano a conversazioni di settore. Quello che dicono, e il modo in cui lo dicono, costruisce un’immagine dell’organizzazione che si affianca, e a volte si sovrappone, a quella costruita attraverso i canali ufficiali. Questo riguarda tanto le situazioni in cui qualcosa va comunicato male quanto, e soprattutto, le situazioni in cui le persone di un’organizzazione hanno qualcosa di interessante da dire e nessuno le ha mai messe in condizione di dirlo a un pubblico più ampio.

2. Dal portavoce unico alle voci distribuite

Per anni, il modello prevalente della comunicazione corporate ha previsto un portavoce principale, quasi sempre il fondatore o l’amministratore delegato, attorno al quale si costruiva la narrazione pubblica dell’organizzazione. Come avevamo descritto nell’articolo PR per personal brand e posizionamento nel dibattito pubblico, questo tipo di posizionamento ha un valore reale, perché costruisce un punto di riferimento riconoscibile nel tempo.

Quello che sta cambiando è che questo modello, da solo, non basta più. Secondo le previsioni di Worldcom Public Relations Group per il 2026, l’epoca del singolo portavoce carismatico lascia spazio a competenze distribuite: persone diverse, all’interno della stessa organizzazione, che portano il proprio punto di vista su temi specifici, mantenendo una direzione strategica condivisa. La sfida per chi fa comunicazione diventa preparare e accompagnare queste voci senza diluire la credibilità che le rende interessanti.

Questo cambiamento è coerente con quanto osservato da Ragan: la thought leadership non richiede necessariamente di posizionare un amministratore/trice delegato sui media. Ogni persona, anche in un team di dieci, ha una prospettiva sul proprio lavoro, sul settore in cui opera o sul modo in cui si affrontano certi problemi, che può essere utile a qualcuno al di fuori dell’organizzazione.

3. Quando funziona: la coerenza è un vantaggio reputazionale

Quando questa logica viene applicata con attenzione, il beneficio per la reputazione di un’organizzazione è concreto, e riguarda direttamente il lavoro delle PR.

Un caso applicativo frequente è il coinvolgimento di persone interne a un’organizzazione come fonti per i giornalisti, su temi che rientrano nella loro area di competenza specifica. Si tratta di un confronto con chi, ogni giorno, lavora su un tema preciso e ha un punto di vista costruito sul campo, più che di un’intervista al fondatore sulla visione generale dell’azienda. Per il giornalista, questo significa avere accesso a un interlocutore verticale, in grado di parlare con competenza di un argomento specifico. Per l’organizzazione, significa costruire un’autorevolezza distribuita su più temi e su più persone, che non dipende da una sola voce e che si rafforza ogni volta che viene utilizzata.

Lo schema è lo stesso che avevamo applicato nell’articolo Comunicare l’healthcare: come le PR lavorano tra scienza e informazione, dove una specialista del nostro team ha raccontato in prima persona come si costruisce una strategia di media relations in un settore complesso. Quel contenuto non avrebbe avuto lo stesso valore se fosse stato scritto come comunicato istituzionale: il valore nasce dal fatto che la voce, l’esperienza e il punto di vista appartengono a una persona specifica, riconoscibile, con un nome e un ruolo.

Anche la comunicazione di Disclosers segue questa logica: la maggior parte dei contenuti che pubblichiamo nasce dal lavoro quotidiano delle persone del team su temi di loro competenza, non da un portavoce unico. Il podcast Oltre il Titolo e i social media di Disclosers nascono dallo stesso principio: dare voce a prospettive diverse all’interno dell’agenzia, su temi diversi.

4. Come si traduce in pratica per chi fa PR

Applicare questo approccio richiede un lavoro che assomiglia più alla mappatura che alla scrittura.

  • Il primo passo è individuare, all’interno di un’organizzazione, chi ha competenze specifiche su temi che potrebbero interessare giornalisti, podcast o pubblicazioni di settore. Le prospettive più interessanti arrivano spesso da chi gestisce un processo specifico, lavora a contatto con i clienti o ha affrontato un problema in modo originale, non solo da ruoli senior.
  • Il secondo passo è preparare queste persone all’interazione con i media, un lavoro che alcuni professionisti del settore chiamano costruzione di un “voice kit”: un insieme di riferimenti su come quella persona si esprime, quali argomenti può trattare con sicurezza, quali esempi può portare. Significa costruire le condizioni perché quella persona possa esprimersi con la propria voce anche in una situazione poco familiare, più che fornire un copione da seguire.
  • Il terzo passo riguarda la continuità. Una persona che parla una sola volta a un giornalista resta un’eccezione. Una persona che, nel tempo, viene consultata più volte su un tema diventa un riferimento, sia per chi scrive sia per il pubblico che legge. Questo tipo di continuità si costruisce con la stessa logica con cui si costruisce qualsiasi relazione con i media: attraverso la disponibilità, la qualità delle risposte e la coerenza nel tempo.

La credibilità di un’organizzazione si costruisce attraverso segnali verificabili, distribuiti nel tempo e attribuibili a persone reali, non attraverso una dichiarazione unica e centralizzata. Le parole che un brand scrive su di sé contano meno di chi, dentro quel brand, ha la possibilità di parlare e viene messo in condizione di farlo bene.


Leggi anche: PR per personal brand e posizionamento nel dibattito pubblico e Comunicare l’healthcare: come le PR lavorano tra scienza e informazione.